Con un messaggio su Facebook, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato le ragioni geopolitiche della decisione di presentare alla Turchia le sue scuse per l'incidente avvenuto nel maggio 2010 quando la Mavi Marmara, che cercava di rompere il blocco di Gaza, venne attaccata dalle Forze israeliane che si resero responsabili della morte di 9 attivisti turchi. Dopo l’incidente, Ankara aveva congelato le relazioni con Israele esigendo dallo Stato ebraico scuse formali, il risarcimento per le famiglie delle vittime e la rimozione del blocco di Gaza.
Le relazioni tra i due paesi erano in leggero deterioramento già prima dell’incidente della Flottiglia, sin dalle critiche mosse dalla Turchia alle azioni israeliane per contrastare il terrorismo palestinese durante la Seconda Intifada o per l’operazione Piombo Fuso lanciata all'indomani della visita del premier Ehud Olmert in Turchia.
“La realtà in rapido mutamento attorno a noi richiede da parte nostra un costate riesame delle nostre relazioni con i paesi della regione”, ha spiegato Netanyahu che ha rivelato come negli ultimi tre anni Israele abbia dato vita a diversi tentativi per riprendere le relazioni con la Turchia. Con la crisi siriana in costante peggioramento, la minaccia che gruppi terroristi si impadroniscano delle armi chimiche siriane e la presenza di terroristi della “jihad globale” al confine israelo-siriano sulle alture del Golan, è cruciale che Turchia e Israele, entrambi confinanti con la Siria, siano in grado di collaborare al fine di promuovere la pace e la stabilità nella regione. La normalizzazione con la Turchia consentirebbe ad Israele di rompere l’isolamento a cui è stato costretto dall'ascesa di governi islamisti nella regione e la ricomposizione del fronte turco-israeliano garantirebbe agli Usa di poter contare su due importanti alleati, anche in vista di un confronto con l’Iran per il suo programma nucleare.
Segnali di distensione tra i due Stati si erano già avuti nel dicembre 2012 quando Ankara ha tolto il veto alla partecipazione diretta di Tel Aviv alle attività della Nato ( in cambio del dispiegamento dei Patriot lungo il confine con la Siria) o lo scorso febbraio con lo sblocco della fornitura di sistemi avanzati per la guerra elettronica alle Forze Aeree della Turchia, dietro pressioni della Boeing e dell’amministrazione statunitense.

Nessun commento:
Posta un commento