Tra sogni di democrazia e rischi di degenerazioni fondamentaliste: il vostro punto di riferimento costante sul Medio Oriente

giovedì 28 marzo 2013

Cosa potrebbe sbloccare l'intervento armato in Siria?



Martedì 26 marzo, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha nominato lo scienziato svedese Ake Sellstrom a capo di un team indipendente chiamato ad accertare l’eventuale utilizzo di armi chimiche in Siria. Nel decidere la composizione della commissione d’inchiesta, Ban ha respinto la richiesta avanzata da Mosca di includere rappresentanti dei cinque membri del Consiglio di sicurezza con diritto di veto nella squadra investigativa.
La decisione di istituire un team indipendente è stata annunciata da Ban giovedì 21 marzo dopo aver ricevuto una richiesta formale da parte del governo siriano. Il 19 marzo, il governo di Damasco e i ribelli si sono reciprocamente accusati di aver utilizzato armi chimiche contro il villaggio di Khan al-Assal, nella provincia di Aleppo, uccidendo 26 persone e ferendone 86. La notizia non ha però trovato conferma da fonti indipendenti come ha sottolineato Ahmet Üzümcü, Direttore generale dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).
Anche Francia e Regno Unito hanno esortato l’Onu ad indagare sull’utilizzo di armi chimiche in Siria, chiedendo di estendere le indagini anche agli episodi di Damasco e Homs, avvenuti a fine dicembre 2012. 
Se confermato, l'attacco chimico nella provincia di Aleppo sarebbe il primo registrato nella guerra civile siriana.
La preoccupazione per l’impiego di questo tipo d’arma è già stata prospettata in passato ma il regime siriano ha più volte ribadito che l’utilizzo dell’arsenale chimico sarebbe stato valutato “esclusivamente e solo in caso di aggressione esterna contro la Repubblica Araba Siriana” e che mai sarebbe stato rivolto contro la popolazione. 
Stando agli avvertimenti lanciati dai leader internazionali, l’impiego di armi chimiche innescherebbe la reazione della Comunità Internazionale, finora contraria ad un intervento armato diretto. Sul piano politico, l’uso di tali armi darebbe poche speranze di sopravvivenza al regime di Assad che si vedrebbe privato del sostegno dell’intera popolazione sunnita del Paese, dell’appoggio dei suoi più stretti alleati, Cina e Russia, e esporrebbe tutti i partecipanti agli attacchi ad un’azione giudiziaria internazionale. In risposta ai rapporti di intelligence, alle dichiarazioni del governo siriano e alle accuse dei ribelli di presunti attacchi chimici, il presidente Barack Obama e altri leader mondiali hanno più volte avvertito che l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad rappresenta una “linea rossa. Mentre si trovava in visita in Israele la scorsa settimana, il presidente Obama ha dichiarato che l'uso di armi chimiche avrebbe segnato un "punto di svolta". Questa strategia di deterrenza sembra aver funzionato bene finora. L'uso di armi chimiche è probabilmente l'unica azione siriana che potrebbe determinare un  intervento militare straniero e accelerare la fine del regime di Assad.


martedì 26 marzo 2013

Perché Netanyahu ha telefonato ad Erdogan?



Con un messaggio su Facebook, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato le ragioni geopolitiche della decisione di presentare alla Turchia le sue scuse per l'incidente avvenuto nel maggio 2010 quando la Mavi Marmara, che cercava di rompere il blocco di Gaza, venne attaccata dalle Forze israeliane che si resero responsabili della morte di 9 attivisti turchi. Dopo l’incidente, Ankara aveva congelato le relazioni con Israele esigendo dallo Stato ebraico scuse formali, il risarcimento per le famiglie delle vittime e la rimozione del blocco di Gaza.
Le relazioni tra i due paesi erano in leggero deterioramento già prima dell’incidente della Flottiglia, sin dalle critiche mosse dalla Turchia alle azioni israeliane per contrastare il terrorismo palestinese durante la Seconda Intifada o per l’operazione Piombo Fuso lanciata all'indomani della visita del premier Ehud Olmert in Turchia.
“La realtà in rapido mutamento attorno a noi richiede da parte nostra un costate riesame delle nostre relazioni con i paesi della regione”, ha spiegato Netanyahu che ha rivelato come negli ultimi tre anni Israele abbia dato vita a diversi tentativi per riprendere le relazioni con la Turchia. Con la crisi siriana in costante peggioramento, la minaccia che gruppi terroristi si impadroniscano delle armi chimiche siriane e la presenza di terroristi della “jihad globale” al confine israelo-siriano sulle alture del Golan, è cruciale che Turchia e Israele, entrambi confinanti con la Siria, siano in grado di collaborare al fine di promuovere la pace e la stabilità nella regione. La normalizzazione con la Turchia consentirebbe ad Israele di rompere l’isolamento a cui è stato costretto dall'ascesa di governi islamisti nella regione e la ricomposizione del fronte turco-israeliano garantirebbe agli Usa di poter contare su due importanti alleati, anche in vista di un confronto con l’Iran per il suo programma nucleare.

Segnali di distensione tra i due Stati si erano già avuti nel dicembre 2012 quando Ankara ha tolto il veto alla partecipazione diretta di Tel Aviv alle attività della Nato ( in cambio del dispiegamento dei Patriot lungo il confine con la Siria) o lo scorso febbraio con lo sblocco della fornitura di sistemi avanzati per la guerra elettronica alle Forze Aeree della Turchia, dietro pressioni della Boeing e dell’amministrazione statunitense.

Il vero motivo del viaggio di Obama in Medio Oriente



Il 20 marzo il presidente americano Barack Obama si è recato in Israele, prima tappa di un tour regionale che lo ha visto anche in Cisgiordania e in Giordania. In Israele, Obama ha tenuto colloqui con le massime autorità dello Stato ebraico: il presidente Shimon Peres e il premier Benjamin Netanyahu. Sebbene la visita di Obama sia stata accompagnata da speranze di iniziative di pace che sono sfuggite ad Obama e alla sua squadra nel primo mandato, non è stato questo il senso del viaggio del presidente americano. Obama, che ha comunque ribadito l’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele, si è recato in Israele per  lanciare la sua offensiva diplomatica nei confronti dell’Iran e convincere Netanyahu a non effettuare l’attacco preventivo contro l'Iran per fermare il suo programma nucleare. Nel suo discorso alle Nazioni Unite lo scorso settembre Netanyahu aveva indicato la primavera del 2013 come lasso di tempo decisivo per impedire che Teheran si dotasse dell'atomica. La tempestività del viaggio di Obama risiede nella preoccupazione che Netanyahu, alla guida di un nuovo esecutivo, possa procedere con lo “strike” contro le strutture nucleari iraniane. A Ramallah, in Cisgiordania, Obama ha incontrato il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas con il quale ha discusso degli insediamenti israeliani, ostacolo alla pace a detta di Abbas. Il tema degli insediamenti è stato al centro di un recente rapporto del Consiglio per i diritti umani che ha ammonito Israele a interrompere l’espansione coloniale in Cisgiordania che “ostacola il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese”. Circa la possibilità di rinnovare i negoziati di pace tra Israele e palestinesi, lo stesso Obama è stato prudente nel fare grandi dichiarazioni che non corrispondono alla realtà sul terreno.  

giovedì 21 marzo 2013

Un paese da pacificare



L'Iraq a dieci anni dall'operazione Iraqi Freedom

A dieci anni dall'Operazione Iraqi Freedom, gli attentati che il 19 marzo hanno scosso Baghdad evidenziano come l'Iraq sia tutt'altro che pacificato. Dall’inizio del 2012 le azioni violente riconducibili ad al-Qaeda in Iraq, gruppo jihadista composto prevalentemente da combattenti sunniti, si sono intensificate, mettendo in luce l’intenzione dell’organizzazione di esacerbare le tensioni settarie che percorrono il paese e riaccendere il conflitto tra la minoranza sunnita dell'Iraq e il governo a guida sciita di Nuri al-Maliki. Alla violenza di matrice qaedista si somma la rinascita dell’insorgenza sunnita nella provincia occidentale di Anbar. Da mesi le regioni occidentali del paese sono scosse da violente manifestazioni contro il governo del premier Maliki. Le proteste sono state innescate dall’arresto delle guardie del corpo di Rafia al-Issawi, ministro delle Finanze e uno dei principali leader di Iraqiya, la fazione sunnita del governo. L’episodio è stato condannato come l’ultima di una serie di azioni del premier Maliki contro i suoi avversari politici dopo le cinque condanne a morte spiccate nei confronti del vice Presidente Tariq Hashemi, sunnita anch’egli, accusato di aver organizzato e guidato, nel periodo post-Saddam, squadroni della morte incaricati di eliminare avversari politici e tutt’oggi costretto alla latitanza. Le centinaia di migliaia di sunniti che da mesi  protestano contro il governo Maliki chiedono la fine delle leggi anti-terrorismo – spesso utilizzate per perseguire i rivali politici come al-Hashemi – e una maggiore partecipazione alla vita politica del Paese.  Per decenni i sunniti – minoranza del paese - sono stati la fazione dominate dell'Iraq di Saddam Hussein. Dopo la caduta del dittatore nel 2003, le forze internazionali hanno favorito la presa di potere da parte della fazione sciita che, guidata dal 2006 da Maliki, è stata accusata di voler consolidare il potere e aver ostacolato la presenza di rappresentanti sunniti all’interno del sistema amministrativo del Paese.
Altro fattore di destabilizzazione è la tensione tra Baghdad e Governo Regionale del Kurdistan, entità federale autonoma il cui status gli consente di avere un proprio esercito, un servizio di intelligence e proprie istituzioni, che nel novembre scorso ha toccato il suo apice con l’invio di truppe dell’Esercito iracheno e dei Peshmerga curdi  lungo il ‘confine’ che divide l’Iraq dalla regione autonoma del Kurdistan. Uno dei principali terreni di scontro tra il Governo federale e il Governo Regionale del Kurdistan Iracheno (KRG) continua ad essere la disputa sulla gestione delle risorse petrolifere concentrate nel nord a maggioranza curdo.

martedì 19 marzo 2013

Diritti umani in Arabia Saudita

Un tribunale saudita ha condannato a 10 e 11 anni di carcere due attivisti accusati di aver fornito informazioni inesatte ai media stranieri fondando un’organizzazione in difesa dei diritti umani senza licenza. Gli attivisti Mohammed al-Qahtani e Abdullah al-Hamed, fondatori nel 2009 dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici, sono stati condannati rispettivamente a 10 e 11 anni di carcere. Conosciuta anche con l'acronimo ACRPA, l'Associazione ha riferito di casi di violazioni dei diritti umani e ha cercato di aiutare i parenti dei prigionieri politici a liberare i loro cari attraverso azioni legali contro il governo. Nonostante i ripetuti tentativi di ottenere una licenza di esercizio, il governo saudita si è sempre rifiutato di concederne una. Nella lettura della sentenza, il giudice saudita ha paragonato ACPRA ad Al Qaeda. Alla stregua dell'organizzazione terroristica di Osama Bin Laden, l’Associazione ha attivamente sostenuto la disobbedienza al legittimo sovrano del Regno e ha messo in dubbio l'integrità delle sue più alte autorità religiose. L'unica differenza tra i due gruppi, ha sostenuto il giudice, è che al-Qaeda ha predicato la violenza mentre ACPRA no. Il tribunale ha anche imposto loro il divieto di espatrio per 10 anni dopo aver scontato la pena. Il giudice ha ordinato lo scioglimento dell’Associazione e la confisca delle sue proprietà.