Tra sogni di democrazia e rischi di degenerazioni fondamentaliste: il vostro punto di riferimento costante sul Medio Oriente

giovedì 25 aprile 2013

Ngouboua: un’emergenza nell’emergenza




 di Alessia Uslenghi, ONG Bambini nel Deserto

www.bambinineldeserto.org    
https://www.facebook.com/BambininelDeserto



 L’inizio dell’emergenza. Ngouboua è un minuscolo villaggio del Ciad, nella provincia di Bol, Région du Lac, a qualche decina di chilometri dal confine con la Nigeria. Sono i primi giorni di marzo quando Leila Dallavilla, responsabile della missione  ciadiana di Bambini nel Deserto – ong italiana attiva nel Paese come partner dell’ong locale Aide, all’interno di un ampio progetto di lotta alla malnutrizione – riceve una telefonata da un funzionario di OCHA, l’agenzia delle Nazioni Unite per il Coordinamento delle Azioni Umanitarie che già ha avuto modo di apprezzare la qualità del nostro intervento in Ciad. Fonti non confermate segnalano l’arrivo di profughi dalla Nigeria nelle aree di confine a nord del Lago, pare che si tratti soprattutto di bambini: è necessario un sopralluogo immediato. Leila e Bayha, presidente di Aide, partono da N’Djamena alla volta di Bol, sede delle attività, e da lì verso nord-ovest. La realtà che incontrano è spaventosa: decine, centinaia di persone, per la maggior parte minori, stanno attraversando il confine (di lì a qualche giorno la frontiera verrà chiusa). Arrivano a piedi, dopo aver percorso distanze che è poco significativo misurare in termini di chilometri su un terreno bruciato dal sole, dove noi fatichiamo a resistere a temperature che solo di notte scendono sotto i 45°. Per giungere fino a Ngouboua hanno dovuto guadare otto fiumi, vestiti solo delle loro tuniche grigie ormai sdrucite, senza altro bagaglio che misere ciabatte di gomma. È emergenza ulteriore, in un Paese già piegato da un’altra grande emergenza: quella che da settimane mobilita la rete più attenta dietro l’hashtag  #SahelNOW – la grande siccità che colpisce tutta l’area a sud del Sahara aggravando una situazione di malnutrizione ormai cronica.
Bastano pochi giorni a Aide-BnD, cui è stato conferito il ruolo di coordinamento per le azioni umanitarie nella Région du Lac, per organizzare l’intervento insieme a Unicef, WFP, OIM (l’agenzia delle Nazioni Unite per le Migrazioni) e SIF (una ong islamica francese), non senza il sostegno determinante del ciadiano Ministère de l’Action Sociale et de la Famille, il cui delegato incontreremo più volte nel corso della nostra permanenza nella regione. Ngouboua ospiterà il campo profughi. Obiettivo è riaccompagnare ciascuno dei piccoli al proprio villaggio: Aide-BnD si occuperanno dell’identificazione dei minori e del ricongiungimento familiare; Unicef e WFP assicureranno il sostentamento dei bambini durante la permanenza al campo; a OIM è affidata la logistica delle operazioni sul territorio.


«Sembra il Darfur. Anzi peggio» Sono queste le parole con cui Leila – che in Darfur ha speso oltre due anni della sua missione – ci prepara a ciò a cui stiamo andando incontro. È il 28 aprile quando Luca Iotti, presidente di BnD, e io arriviamo sul posto. La nostra missione in Ciad era pianificata da mesi, con obiettivi di monitoraggio e sostegno al programma di lotta alla malnutrizione. La nuova emergenza era inimmaginabile quando abbiamo deciso che saremmo partiti. Al momento del nostro arrivo le due divisioni del campo profughi ospitano rispettivamente 541 minori (dai 6 ai 18 anni) e oltre una cinquantina di famiglie, per un totale che supera le 1200 persone.
All’arrivo, in tarda mattinata (Ngouboua dista oltre quattro ore di auto da Bol, “collegata” da una pista sabbiosa che richiede un buon mezzo fuori strada e un abile autista), siamo accolti nel campo militare di stanza in loco, dove incontriamo Adoum Dangaï Nokour Guet, deputato del Parlamento ciadiano (Secrétaire National Adjoint Chargé des Questions Juridiques del Mouvement Patriotique de Salut) e Governatore della Région du Lac, giunto anch’egli a Ngouboua per constatare di persona la grave situazione di emergenza. Veniamo invitati a pranzare con lui e il suo staff, in un hangar  − così chiamano qui le strutture in paglia sotto cui trovare ospitalità  −  dove grandi vassoi di grassa carne di montone spandono profumo di aglio e spezie piccanti: ci salva il pane che intinto nel sugo dà l’impressione che anche noi partecipiamo al pasto. Segue, con i ritmi lenti del luogo ma soprattutto dell’autorità, un primo incontro con il Governatore durante il quale ci viene concesso, circondati dai suoi uomini armati, di scattargli alcune fotografie (in Ciad è proibito fare fotografie).
Nel pomeriggio Leila e Bahya ci presentano allo staff di Aide-BnD che lavora sul posto: Barca, coordinatore del progetto di réunification familiale; Auben, responsabile della base dati (tutte le informazioni utili all’identificazione dei minori e alla ricerca delle rispettive famiglie sono gestite in formato elettronico); Michel e Mallot, componenti l’équipe di ricerca e ricongiungimento familiare; Ousman e Mahamat Tahir, gli autisti; Akaz, infermiere diplomato, specializzato in attività di supporto psico-sociale : con lui lavorano sei animatori che intrattengono i bambini del campo con giochi e attività ricreative (disegno, musica, partite di pallone); Patrik, responsabile protection monitor, vale a dire il monitoraggio del rispetto dei diritti umani. Una squadra straordinaria, non solo per l’alto livello di specializzazione e competenza ma anche per l’abnegazione e la generosità del loro impegno. Sono tutti giovani uomini (tra i 32 e i 45 anni) che hanno lasciato a casa mogli e figli loro, per dedicarsi ad altri figli, a figli di una realtà con cui è difficile fare i conti. Ci dispiace non poter conoscere Arlette, la sola donna del team, assistente sociale: è ricoverata a N’Djamena, la fatica di questa emergenza l’ha costretta a una sosta ma nei giorni seguenti verremo a sapere che è già in viaggio per tornare dai bambini.
Durante questo primo incontro filmiamo alcune interviste ai membri dello staff, poi insieme a loro
andiamo al campo. I loro racconti, le loro risposte alle tante domande con cui cerchiamo a fatica di prendere le misure rispetto alla situazione che ci circonda ci aiutano un po’ alla volta a capire.

Perché questi bambini sono qui? Sappiamo innanzitutto che si tratta di piccoli ciadiani e non di rifugiati nigeriani: avevano lasciato il Ciad al seguito dei marabout con cui si erano stabiliti oltre il confine. Ma chi sono i marabout? Perché questi bambini stanno con loro e non con i genitori? Perché sono finiti tanto lontano dai loro villaggi? Difficile comprendere per noi “occidentali”, abituati come siamo a un livello di protezione dell’infanzia incommensurabile con la tradizione e la cultura africana.
I marabout, i maestri coranici, in questo tipo di società africana rivestono un ruolo che noi definiremmo “di prestigio”: insegnano a leggere il testo sacro, godono di rispetto, si vedono attribuiti poteri, anche taumaturgici, che a volte sconfinano nel magico. Le famiglie affidano loro i figli perché apprendano le sure del Corano. Anche a noi, in questo viaggio, è capitato più volte di incontrare lungo le piste polverose qualche marabutto col suo seguito di giovani discepoli. Ancora più spesso però ci è capitato – giusto il tempo di scendere dall’auto – di trovarci istantaneamente circondati da piccole mani che tendono ciotole, a chiedere l’elemosina. I marabutti, infatti, prima ancora che alla formazione dei giovani, tengono alle loro mani: mani che impiegano in lavori di ogni tipo, per lo più agricoli o domestici, o appunto nella questua. I bambini rappresentano dunque per loro una risorsa economica incredibile. E non c’è da stupirsi di questo sfruttamento se pensiamo che questi “maestri”, al di là della conoscenza del Corano, non hanno alcuna formazione, tantomeno pedagogica, e spesso non conoscono nemmeno il francese, lingua ufficiale del loro Paese.
Comprensibile dunque che, allo scoppiare dei violenti disordini provocati dai Boko Haram nel nord della Nigeria, decine, centinaia di bambini approfittino per fuggire da questo sfruttamento e a piedi tornare verso il loro Paese. In un intreccio complesso di rispetto per l’autorità, desiderio di fuggire, solitudine ma al tempo stesso bisogno di protezione, i marabout continuano tuttavia a rappresentare per i piccoli un punto di riferimento, probabilmente l’unico: scappare dai marabout alla fine diventa scappare coi marabout. E proprio la presenza dei marabout al campo profughi costituirà – lo vedremo – un motivo di fortissimo rallentamento ai ricongiungimenti familiari.
Sotto queste spinte contrastanti, il 28 marzo 2012 si registrano i primi arrivi. A fine aprile la situazione è quella che abbiamo incontrato e descritto sopra.
La situazione del campo (diviso in campo A, quello dei bimbi, e campo B, quello delle famiglie che però visitiamo solo velocemente) è drammatica : i bimbi « alloggiano » in hangar numerati, costituiti da poco più che una tettoia di paglia, per lo più con pareti crollate; nessun materasso e coperta su cui dormire. Un hangar più grande e ben messo è destinato alla cucina: in enormi pentoloni sul fuoco alcune donne preparano la boule (il tradizionale piatto ciadiano, una specie di polenta) con la farina data da WFP; in altri la salsa, a base di pomodoro in polvere e poco pesce, garantiti da fondi di OIM.
Unicef ha costruito un potabilizzatore, attorno a cui vediamo sempre radunato qualche gruppetto di bambini, a bere, a rinfrescarsi o semplicemente a giocare con l’acqua.

Il lavoro di ricongiungimento familiare. Il lavoro dello staff di Aide-BnD segue le procedure standard fissate dagli organismi internazionali. Per l’identificazione dei bambini vengono utilizzate quattro fiches:
una prima scheda di registrazione, per stabilire il numero di coloro che arrivano al campo;
una seconda scheda di identificazione, compilata dall’équipe, attraverso interviste dirette ai bambini: ogni scheda di questo tipo è corredata dalla foto del bambino e tutte le schede sono raccolte in un apposito registro e suddivise per marabout, il maestro coranico che ciascun bambino segue (anche i marabout sono a loro volta schedati con foto);
una terza scheda dei legami familiari, compilata a partire dalle indicazioni fornite dai bambini e completata da indagini condotte nei villaggi (i viaggi vengono documentati da apposite fiches de transport);
la quarta e ultima scheda è quella del ricongiungimento e deve essere riportata firmata dopo che il bambino è stato riaccompagnato in famiglia.
Accanto a questo lavoro più “tecnico”, metodicamente condotto da alcuni membri, altri – insieme agli animatori – organizzano le attività per i bambini. Li fanno giocare, cantare, ballare: al nostro ingresso nella luce azzurra di una delle grandi tende di Unicef siamo accolti da mani che battono sul ritmo di un coro di voci.
Ci rendiamo subito conto dell’importanza del lavoro che questi animatori stanno svolgendo, per superare la drammaticità delle circostanze. Mallot – una specie di “gigante buono” che, con i suoi oltre due metri di altezza, è non si sa quante volte più grande dei bambini che lo circondano – ci racconta come siano cambiati i disegni dei piccoli dal loro arrivo a oggi. Alcuni li abbiamo visti (sono allegati ai rapporti che con stretta periodicità condividiamo con Unicef su tutte le attività svolte nel campo): armi, elicotteri e kalashnikov  su scenari di guerra poco alla volta hanno iniziato a lasciare spazio a qualche animale, cibo e addirittura a qualche sagoma di persone che si tengono per mano. Un bimbo tra due adulti su un foglio, un altro con un “grande” disegnato su una tenda dell’Unicef, proprio come avrebbe fatto un writer sui muri di casa nostra.
È soprattutto attraverso la leggerezza di queste attività ludiche e artistiche che gli esperti guidano i bambini a far emergere, e così superare, la violenza del trauma che hanno subito.

I marabout, il discorso del Governatore e finalmente le prime partenze.  Al momento del nostro arrivo alcuni dei profughi sono impegnati con gli animatori in attività varie negli «Spazi amici dei bambini» di Unicef, altri sono in giro per la brousse, altri ancora radunati intorno ai marabout.
Ricondurre i bimbi in famiglia – obiettivo del nostro intervento umanitario qui – significa, come detto, privare i marabout della loro principale risorsa. Per questo i maestri fanno ostruzione con ogni mezzo: impediscono l’identificazione, allontanano i bambini dal campo per sottrarli alle interviste, ci costringono a rimandare le partenze con espedienti di ogni  tipo (devono lavarsi, devono preparare i loro bagagli, devono mangiare…).
Proprio a queste difficoltà è dedicato il discorso che il Governatore tiene loro, essendone stato informato dal delegato del Ministero. Un discorso illuminato che sottolinea che con i bimbi del campo non siamo di fronte a rifugiati ma a ritornati, cittadini ciadiani rimpatriati cui spettano tutti i diritti che uno stato laico come il Ciad deve garantire loro. Il Governatore insiste molto su questo punto: il Ciad è – e deve rimanere – un esempio di convivenza tra tutte le religioni; va bene leggere il Corano ma questo non può giustificare nessuna condotta che violi i diritti dei bambini, come quelli di ogni cittadino. Nessuno dovrà rimanere al campo: cosa che sarebbe non solo una violazione del diritto ma anche un’azione contro gli interessi del villaggio che li ospita e dell’intera comunità ciadiana.
Il giorno successivo, il 29 aprile , sembra che finalmente sia arrivato il momento tanto atteso: i primi 18 bambini – tra i 72 il cui ricongiungimento familiare è stato verificato – sono pronti alla partenza. In mezzo a nuove estenuanti difficoltà, i bambini identificati vengono separate dagli altri. Insieme a un pezzo di sapone, viene donato un capo di abbigliamento nuovo a testa, tra quelli da noi portati al campo grazie al sostegno di alcune aziende italiane. Accompagnati e raccolti in uno degli «spazi amici», sorvegliati da un paio di animatori consumano il pasto (veloci, non vedono l’ora di partire!). L’emozione è tangibile, cominciano a vedersi i primi, grandi sorrisi.
Ancora qualche inghippo  organizzativo superato il quale, alla fine, tre auto sono pronte : i bambini vengono fatti salire. Uno scoppia a piangere e, con una determinazione che supera ogni resistenza adulta, tenta per due volte di salire su una delle vetture. Ma lui non può partire, la sua famiglia non è ancora stata identificata con certezza. Alla fine però scopriamo che uno dei ragazzini già a bordo è suo fratello! Il tempo di riscontrare la coincidenza delle informazioni sulle loro schede ed è un istante: le lacrime e le urla lasciano il posto a un sorriso che nessuno di noi ha il coraggio di riprendere o fotografare. Ma che resterà ben impresso nella nostra memoria.
Sono ormai le 13, la mattinata è stata intensa ma la giornata non è finita. Il Governatore fa riunire di nuovo i marabout e rinforza il messaggio del giorno precedente.
Seguono una serie infinita di saluti, è nostro dovere ringraziare nuovamente l’autorità e accompagnare il Governatore all’uscita da Ngouboua. Una specie di parata improvvisata, tutti in fila e lui che passa a stringere le mani alla squadra. Ci sorprende, un po’ anche ci diverte, la strana sintesi di autorità e tuttavia di dimestichezza che circonda qui il potere: lo stesso contrasto che durante l’incontro ufficiale vedeva accostati i cuscini di raso rosa su cui il Governatore sedeva allungato e i kalashnikov in spalla agli uomini di guardia che circondavano la nostra riunione!
Adesso anche noi siamo pronti per partire e rientrare a Bol. La giornata ha rappresentato una tappa importante: a un mese esatto dal loro ingresso in Ciad tutti i bimbi sono stati identificati e oggi i primi hanno lasciato il campo.

Dopo: notizie dal Ciad. Purtroppo il giorno della nostra ripartenza per l’Italia una telefonata di Unicef ci aggiorna sulle intenzioni del Ministero: pare intendano smobilitare il campo profughi, troppo pericolosamente vicino a un confine sempre più insicuro. Per alcuni giorni, di intesa con Unicef, cerchiamo di temporeggiare, ogni ora è preziosa per riportare a casa qualcuno dei piccoli.
Temiamo la soluzione peggiore, quella che impedirebbe di portare a termine l’azione di ricongiungimento familiare, e cioè che i bambini vengano dispersi in vari villaggi in modo casuale. Con Unicef avanziamo la proposta almeno di uno spostamento in gruppo compatto a Bol, forse presso la sede dello stesso Ministero, dove un ampio cortile potrebbe accoglierli tutti. Questa soluzione ci consentirebbe di continuare a operare per il bene dei bambini con il nostro staff. Per qualche giorno ci illudiamo che possa essere accolta.
Ma dopo alcune settimane, quando ormai siamo in Italia, a fine maggio arriva la mail di Leila: «Il governo ha deciso di far spostare i bambini a Bol e di non procedere con le ricerche familiari. Quindi i bambini sono stati prima portati a Bol per ricevere i doni del governo e poi caricati in macchina e lasciati nei loro villaggi d'origine senza aver verificato prima che la loro famiglia si trovi ancora lì. […] Non abbiamo nessun feedback sui bambini, non sappiamo se abbiano ritrovato le loro famiglie o se i marabout li stiano ancora sfruttando o abbiano venduto i doni che il governo ha fatto loro (a bambino:  1 sacco di riso, 1 zanzariera, 8 saponette... ) nessun meccanismo di suivi è stato pensato, la convenzione dei diritti del bambino non è stata rispettata... in questa operazione di rimpatrio forzato senza ricerca familiare, durata 4 giorni, AIDE-BND e UNICEF si sono astenute in segno di protesta e disaccordo per le procedure irrispettose dei diritti umani [...]
Adesso i numeri:
73 bambini sono stati riunificati e la procedura di ricerca è stata rispettata;
308 bambini sono stati lasciati nei diversi villaggi senza ricerca familiare (alcuni bambini hanno lasciato la loro famiglia dal 2005, quando erano molto piccoli: come possono riconoscerla adesso da soli?) e nessuno sa se abbiano ritrovato i genitori/tutori;
136 tra i bambini che non sono registrati nel nostro database, probabilmente sono originari di Ngouboua e di altri villaggi vicini e sono stati trasportati a Bol (cioè allontanati dalle loro case!), hanno ricevuto i doni e sono stati accompagnati in villaggi diversi».

Anche di questo, fin qui, nessuna eco sui nostri mezzi di informazione.

Nessun commento:

Posta un commento